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Fast food nation

  • Titolo originale: Fast food nation
  • Paese: U.S.A.
  • Anno: 2006
  • Regia: Richard Linklater
  • Genere: Drammatico, Documentario
  • Durata: 116 min.
  • Cast: G. Kinnear (Don Anderson), L. Guzman (Benny), C. S. Moreno (Sylvia), P. Dano (Brian), B. Cannavale (Mike), B. Willis (Harry Rydell), P. Arquette (Cindy), E. Hawke (Pete), A. Lavigne (Alice), K. Kristofferson (Rudy Martin), A. Johnson (Amber), E. Morales (Tony), L. T. Pucci (Paco), A. C. Talancòn (Coco)
  • Sceneggiatura: Richard Linklater, Eric Schloesser Soundtrack: Friends of Dean Martinez
  • Soundtrack: Friends of Dean Martinez
  • Fotografia: L. Daniel
  • Montaggio: S. Adair
  • Distribuzione: DNC Entertainment
  • Uscita in sala: 20.07.07
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Dal romanzo di Eric Schloesser. L’universo dei mattatoi e del marketing alimentare attraverso tre storie che si intrecciano mostrando le conseguenze sociali e per la salute dell’industria dei fast food. Una vibrante denuncia contro lo sfruttamento degli immigrati clandestini e le inammissibili condizioni igieniche delle catene alimentari.
  • Voto redazione:
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(3 Voti)

Scritto da Simone Sampaolesi

La verità è dura da digerire. Ma tutti noi dobbiamo mangiare la nostra dose di merda.

 

“Fast food nation” è un film del 2006 in cui Richard Linklater esplora un territorio cinematografico al confine fra documentario e fiction. L’eclettico regista texano prende spunto dall’omonimo saggio del giornalista americano Eric Schlosser, che ripercorre dalle origini la storia dell’industria dei fast food, mettendo in luce in senso critico l’espansione economica incontrollata che il fenomeno ha vissuto negli anni, fino ad analizzarne la filiera alimentare, dagli allevamenti intensivi ai punti vendita.
 

L’inchiesta conduce ad esiti sconcertanti, e il film ne raccoglie lo scomodo testimone: lo sguardo di Linklater si rivela lucido e impietoso, e la scelta di romanzare il lavoro di Schlosser (co-autore della sceneggiatura assieme al regista) garantisce allo spettatore il necessario coinvolgimento emotivo.
 

Fast food nation” si sviluppa su due piani paralleli. Il piano “emerso” dell’opera mostra il prodotto finito dei fast food, scintillante e infiocchettato. Il risultato rasenta la perfezione, e le confezioni rappresentano la facciata ideale, un porto sicuro per il pigro e pingue consumatore, che abbocca senza opporre resistenza al più ingannevole degli specchietti per le allodole. In questo spazio immacolato si muove il direttore marketing della Mickey’s Food Restaurants : il disincantato Don Anderson (Greg Kinnear) sarà costretto a spingersi oltre la superficie linda del suo ufficio californiano per scandagliare il fondo melmoso dei processi di macellazione.
 

Il piano “sommerso” dell’opera - una sorta di “Dietro le quinte”-  mostra invece le attività che si innescano per garantire la rapida ed economica fruizione degli hamburger. E la scena muta profondamente: dalla realtà asettica (ma rassicurante) dei fast food, la camera si sposta sulla disperata tratta dei clandestini messicani, “importati” negli Stati Uniti proprio a causa del loro fragile status, che consente alle multinazionali di pagarli in nero e di disporne a piacimento, anche in caso dei frequenti incidenti sul lavoro.
 

Linklater si destreggia con abilità fra i colori e gli slogan preconfezionati del proscenio e le vite squallide degli uomini e delle donne che viaggiano attraverso il deserto in balia degli elementi, a piedi e poi ammucchiati su furgoni fatiscenti e in motel di terz’ordine. Il montaggio incalzante e l’intreccio di numerose vicende, che vede coinvolti anche i lavoratori di filiale, contribuiscono a rendere la prima parte del film godibile e avvincente.
 

Nella seconda parte il film perde ritmo e mordente, ma l’improvvisa farragine narrativa si rivela poi un movimento a scalare prima del finale straziante, il cui impatto è improvviso e terribile, dato che accompagna il percorso di morte degli animali, trattati senza la dignità che spetta ad ogni forma di vita.  Le immagini divengono volutamente insopportabili: dopo aver vissuto l’assuefazione dell’ingrasso in spazi angusti e devastati, i bovini vengono incanalati nella corsia del terrore, ammassati storditi martoriati sgozzati e poi squartati per mano degli stessi clandestini. In questo gioco al massacro, i ruoli di vittima e carnefice si sovrappongono in modo beffardo: una lacrima in slow-motion sancisce la pena condivisa delle creature e l’orrore di un pianeta che assume le sembianze di un mattatoio a cielo aperto.
 

Linklater dipinge un quadro apocalittico, che restituisce una realtà inesorabile: l’industria dei fast food fa terra bruciata attorno a sé, deturpando l’ambiente, sfruttando lavoratori senza identità, riducendo la vita degli animali a mero sacrificio, avvelenando la collettività. Il paradosso è proprio il seguente: si devasta per produrre nuova devastazione; a tali sacrifici corrisponde poi uno stile di vita inaccettabile.
 

Fast food nation” è un monito fuori concorso, diretto a chi abbia ancora una forza di volontà sufficiente per capire che l’unico strumento per fermare tale sfacelo è affidato alle scelte dei consumatori.
 

Nel film resiste la speranza di sensibilizzare l’opinione pubblica e la coscienza degli individui, ma prevale infine un senso di resa generale dinanzi alle rovine prodotte dall’uomo in nome e per conto del profitto. Memorabile in tal senso il cameo di Bruce Willis nei panni di Harry Rydell, uno sprezzante uomo d’affari, sul cui grugno si arresta ogni possibile speranza del pavido Anderson.
 

L’opera narra il cinismo di una società perduta, che si nutre di indicibili sofferenze; narra la follia dell’uomo, che stupra e devasta impunemente i suoi simili e tutto quanto risieda in natura; narra la massificazione che dilaga a danno della qualità del cibo e della vita stessa. La macchina da presa non si ferma, e tanto meno quella dei fast food, e milioni di tonnellate di carne e sangue continuano a scorrere lungo un nastro trasportatore imperturbabile, riversandosi tumultuosamente sui titoli di coda di un film che lascia un segno indelebile.

 

Voti della redazione

 

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Simone Sampaolesi

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Alessia Paris

Greta Colli

 

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

       

 

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