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Una storia vera

  • Titolo originale: A straight story
  • Paese: U.S.A., Francia
  • Anno: 1999
  • Regia: David Lynch
  • Genere: Drammatico, Avventura, Biografico
  • Durata: 111 min.
  • Cast: R. Farnsworth (Alvin Straight), S. Spacek (Rose Straight), H. D. Stanton (Lyle Straight), E. McGill (Tom)
  • Sceneggiatura: J. Roach, M. Sweeney
  • Soundtrack: A. Badalamenti
  • Fotografia: F. Francis
  • Montaggio: M. Sweeney
  • Distribuzione: BiM
  • Uscita in sala: 11.02.00
  • Visione in v.o.: Consigliata assolutamente
  • Trama: E’ la storia di un settantatreenne, Alvin Straight, che nel 1994 intraprende un viaggio a bordo di un tagliaerba attraverso l’Iowa e il Wisconsin per raggiungere il fratello malato.
  • Voto redazione:
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(3 Voti)

Scritto da Simone Sampaolesi

Nessuno conosce meglio la tua vita di un fratello che ha quasi la tua età, sa chi sei e cosa sei meglio di chiunque altro. Un fratello è un fratello.

 

Nel 1994 David Lynch legge sul New York Times la curiosa vicenda di Alvin Straight e intuisce che valga la pena farci un film. Cinque anni dopo realizza “The Straight story”. Il titolo nasconde un significativo doppio senso:  Straight è infatti il nome del protagonista, ma rappresenta anche un richiamo ideale al percorso intrapreso da Alvin, quella via fatalmente dritta, come la gran parte delle strade americane.


Straight è un contadino dell’Iowa in pensione e in condizioni fisiche precarie, che, dopo aver appreso che il fratello Lyle ha subìto un infarto, decide di raggiungerlo con l’unico mezzo a sua disposizione, un vecchio tagliaerba. Costruisce un rimorchio, che fungerà da giaciglio e dispensa, e parte alla volta del Michigan, percorrendo 250 miglia in sei settimane. Una storia simile non poteva lasciare indifferente il genio stravagante di David Lynch, che si diletta ad esplorare il mid west americano, costellato com’è di personaggi bizzarri, di cowboy sulla via del tramonto, di gente di poche parole, di incontri imprevisti.
 

Il primo fotogramma in cui appare Alvin Straight è spassoso: Lynch lo immortala in terra, impossibilitato a rialzarsi, e la scena di trambusto domestico che ne sussegue rende subito l’idea della eccentrica fragilità del protagonista e della figlia Rose, che cela enormi sofferenze oltre la parvenza di un ritardo mentale. Ma dal momento in cui Alvin viene a conoscenza dello stato di salute di Lyle, il vecchio raccoglie con risolutezza le energie disponibili per realizzare il suo proposito. Alvin sente l’obbligo di compiere quel viaggio che costituisce l’ultima occasione per riconciliarsi col fratello dopo anni di dissapori.


La camera segue Alvin e il suo tagliaerba lungo la striscia d’asfalto e gli scorci selvaggi che separano l’Iowa dal Wisconsin. La buffa andatura del minuscolo trattore batte il tempo del film, che procede a passo d’uomo, creando le condizioni necessarie per non tralasciare nulla, per godersi il momento senza l’ansia o l’affanno che contraddistinguono i tempi moderni  (reali e cinematografici).  Il “pilota” e il mezzo producono un movimento lento ma incessante, a ribadire l’ostinata abnegazione di Alvin, che attraversa la provincia americana e il grande Mississippi contro ogni pronostico, senza mai perdersi d’animo, ridimensionando i problemi che pure incontrerà con lo spirito leggero che la (sua) vecchiaia comporta.
 

Il viaggio del protagonista è il paradigma della vita stessa, coi suoi tortuosi percorsi, con le tribolazioni, le gioie, le paure, i piaceri che la caratterizzano.  E l’emozione che il film trasmette è l’emozione per la vita, osservata dal suo proprio limitare; è la trepidazione per i gesti eroici che qualificano l’esistenza di alcuni, per i piccoli sacrifici quotidiani, per le miserie che ciascun individuo si porta appresso. E il fardello di Alvin è pesante e doloroso, a causa degli strascichi della guerra, dell’alcolismo, delle tragedie familiari che ancora lo tormentano sotto forma di ricordi vividi, di cui però gradualmente si libera, in quell’anonimato che consente di sciogliere ogni riserva e di affidare i segreti più intimi a un volto sconosciuto.
 

Ma Straight conserva un piglio curioso e una visione positiva delle cose, a dispetto dei ricordi che vigilano come sentinelle su di lui, e il suo sguardo liquido, irrorato da una speranza indomita che straripa oltre lo schermo, commuove e intenerisce chi si immedesima nelle vicissitudini di un uomo capace di simili perle: “Quando i miei figli erano molto piccoli” - racconta Alvin ad una giovane donna in fuga - “facevo un gioco con loro. Gli davo in mano un bastoncino, uno ciascuno, e gli chiedevo di spezzarli. Non era certo un’impresa difficile. Poi gli dicevo di legarli in un mazzetto e di cercare di romperlo, ma non ci riuscivano. Allora io gli dicevo: vedete quel mazzetto? Quella è la famiglia”.
 

Lynch dedica ad Alvin Straight la meno lynchiana delle sue opere, senza disdegnare però alcuni richiami alla sua cinematografia “classica”: le musiche del fedelissimo Angelo Badalamenti, che ricostruiscono atmosfere sonore simili - in alcuni passaggi - a quelle de “I segreti di Twin Peaks”. La scena iniziale - che ricorda l’incipit di “Velluto blu”- in cui la camera disorienta lo spettatore, indugiando fra i giardini delle case e i goffi spostamenti di una donna obesa che si abbuffa sotto il sole.  La grottesca scena dell’incidente - elemento ricorrente nei film di Lynch -  in cui una donna isterica si dispera per aver investito il tredicesimo cervo in sette settimane. “E’ morto! E io amo i cervi!!!” - grida la donna in piena crisi, prima di scappare via -. E infine la presenza di alcuni strambi personaggi (su tutti gli strampalati gemelli meccanici) di cui la cinematografia di Lynch è disseminata.
 

Una storia vera” - questo il titolo italiano dell’opera-  è un’avventura struggente che sintetizza il percorso tragicomico di ogni individuo. E’ un road movie dai ritmi blandi, che il regista dirige in modo incredibilmente lineare, affiancando con tocco lieve e poetico il tragitto di un personaggio indimenticabile.
 

Straordinari gli interpreti: Richard Farnsworth mette l’anima stessa al servizio del protagonista; Sissy Spacek si muove con grazia e sensibilità lungo il filo sottile che regge il cuore di Rose; Harry Dean Stanton concede un cammeo di bruciante intensità nello straziante epilogo.


E infine Lynch vira sulla volta stellare, da cui ogni cosa ebbe inizio, e su cui stacca la scena finale del film: quegli astri che non possiamo contare o percepire esattamente, che rappresentano il mistero e la chimera inseguita dai più, che rivelano le speranze ancora vive e quelle perdute per sempre; le stelle che sono le scintillanti custodi delle storie migliori, come quella narrata nell’ode alla vita di Alvin Straight.

 

Voti della redazione

 

Media voti Cinema Bendato

Simone Sampaolesi

8½

 

Alessia Paris

 

Greta Colli

 

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

       

» ideals

 


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