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The Elephant Man

  • Titolo originale: The elephant man
  • Paese: Gran Bretagna, U.S.A.
  • Anno: 1980
  • Regia: David Lynch
  • Genere: Drammatico, Biografico
  • Durata: 125 min.
  • Cast: A. Hopkins (Dr. Frederick Treves), J. Hurt (John Merrick), A. Bancroft (Miss Kendal), F. Jones (Bytes), J. Gielgud (Carr Gomm), W. Hiller (Madre Shead), M. Elphick (Portiere notturno), H. Gordon (Anne Treves), J. Standing (Dr. Fox), P. Nicholls (Madre di Merrick)
  • Sceneggiatura: C. De Vore, E. Bergren, D. Lynch
  • Soundtrack: J. Morris
  • Fotografia: F. Francis
  • Montaggio: A. V. Coates
  • Distribuzione: Paramount Pictures
  • Uscita in sala: 06.03.81
  • Visione in v.o.: Consigliata assolutamente
  • Trama: Affetto da una grave forma di neurofibromatosi, il mostruoso John C. Merrick (1862-90) diventa un fenomeno da baraccone e poi ospite privilegiato nel London Hospital, coccolato da ricchi londinesi. Horror in presa diretta sulla realtà, è un film sulla dignità e il dolore, sull'umanità che si nasconde sotto una maschera mostruosa. Suggestivo nell'ambientazione, a tratti geniale, splendido bianconero del veterano Freddie Francis. Ebbe 7 candidature ai premi Oscar, ma non ne vinse.
  • Voto redazione:
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(3 Voti)

Scritto da Simone Sampaolesi

La gente ha paura di quello che non riesce a capire.

 

David Lynch realizza il suo secondo lungometraggio nel 1980: The elephant man è liberamente ispirato alla vita di Joseph Merrick (John nel film) e alle due opere letterarie che ne documentarono le vicende: “The elephant man and other reminiscences” di Frederick Treves e “The elephant man: a study in human dignity” di Ashley Montagu.
 

John Merrick  (John Hurt) è afflitto da un morbo rarissimo che lo deforma gravemente e gli impedisce una respirazione regolare. Il suo corpo è deturpato da terribili escrescenze tumorali, che l’uomo dissimula sotto abiti fatiscenti. John viene sfruttato come fenomeno da baraccone nei freak show, tanto di moda nella Londra ottocentesca. La folla incuriosita paga un biglietto per vedere l’uomo elefante ed altri individui fuori dalla norma. Il giovane e ambizioso Dr. Treves (Anthony Hopkins) nota lo spettacolo in cui il perfido Bytes offre “l’aborto umano” al pubblico ludibrio, e paga l’impresario per esaminare l’uomo al London Hospital. La straordinaria anatomia di Merrick viene mostrata in una conferenza medica, e l’impressione è che l’uomo elefante stia calcando un nuovo palcoscenico, non troppo diverso dal precedente. Merrick vivrà ancora in balia del suo aguzzino, finchè Treves non deciderà di sottrarlo definitivamente alle angherie di Bytes e di offrirgli un ricovero stabile presso l’ospedale, dove potrà curarsi e vivere con dignità.
 

Chiunque è disgustato dall’uomo elefante, eppure tutti desiderano mirarne le storture, in preda a un sadico delirio di commiserazione. Ma oltre le malformazioni si cela un uomo sensibile e terrorizzato dalla stessa paura che il suo aspetto incute nel prossimo: in realtà non è la condizione di Merrick ad essere abominevole, ma la percezione che di essa hanno gli altri. In seno alla dilagante miseria popolare l’uomo elefante viene “accolto” senza filtro, in modo becero e diretto; nell’alta società egli riscuote favore e rispetto, soltanto perché questo è il modo che si addice ad una elite ammaestrata, abile nel volgere i propri applausi laddove alloggino la convenienza e un vacuo buonismo di facciata.
 

E Lynch denuncia la doppiezza tipica della borghesia, che accetta o respinge un nuovo membro per mero opportunismo, che prima disdegna e poi celebra una persona cui - d’un tratto - si riconosce un animo poetico, un reietto balzato agli onori della cronaca, una dissonanza divenuta utile, celebrata perché è di moda celebrarla. Sono sufficienti un vestito pulito e una buona compagnia per essere invitati al gran ballo dell’ipocrisia, sì limitata è la visione delle masse a poche ed effimere valutazioni superficiali. L’inganno del bel mondo è talmente efficace che sembra coinvolgere perfino Merrick, sedotto dal gioco di prestigio di un consesso fasullo come gli orpelli che ne arredano gli interni.
 

Soltanto chi si relazionerà a Merrick senza il timore del giudizio collettivo saprà amarlo incondizionatamente. Forse soltanto il dottor Treves riuscirà a intercettarne con efficacia la personalità, depurata da ogni sovrastruttura corporea. Il percorso del dottore in tal senso è emblematico: egli prende gradualmente coscienza di sfruttare Merrick per motivi di fama e interesse professionale, in un modo affine a quello di Bytes (“Ma io sono buono o cattivo?” – chiede Treves a sua moglie all’apice del dubbio), e si redime fino al punto di trovare in Merrick un amico vero.
 

Lynch si avvale della cupa fotografia in bianco e nero di Freddie Francis, che regala un’atmosfera surreale al film, simile a quella di Eraserhead, opera prima del regista americano: la città immersa nei fumi della rivoluzione industriale; le strade sudicie e oscure come i personaggi che la popolano; lo squallore e il degrado delle retrovie in contrasto con gli ambienti lindi dell’alta società; il vapore che avvolge la realtà nel mistero, al confine fra un’epoca e l’altra, fra ciò che sembra e ciò che è. E, come in Eraserhead, David Lynch si cimenta con la deformità, descrivendo un personaggio nobile e malinconico, che per alcuni versi somiglia alla “creatura” di Frankenstein Junior.
 

La narrazione principale è inframmezzata dagli inquietanti flashback dei ricordi che tormentano John come incubi ad occhi aperti e che ben rendono l’idea delle sofferenze patite dal protagonista e della sua tacita accettazione dell’emarginazione.
 

Numerose sequenze del film già rivelano il talento visionario e artistico di Lynch: la scena d’apertura, in cui si assiste al terribile incidente occorso alla madre di Merrick; quella in cui una nota attrice di teatro (Anne Bancroft) conosce Merrick, riuscendo a captarne lo spirito romantico (“Tu non sei l’uomo l’elefante, tu sei Romeo.”); la scena raccapricciante in cui il protagonista subisce violenza in casa per mano di un gruppo di degenerati; quella ancor più emblematica, ambientata in stazione, in cui John grida al mondo la sua umanità (“Io non sono un elefante, non sono un animale! Sono un essere umano, un uomo!”). E l’onirico finale, in cui Merrick, appagato dal reale affetto di chi gli è accanto, decide di compiere un gesto estremo: egli vuole dormire come un uomo, incurante del rischio di soffocare, e come un uomo si corica, sognando gli occhi eterei della mamma, che lo cullano nell’ultimo atto di un’esistenza eroica.
 

Gli elementi critici del film sono rappresentati dall’elaborazione di dialoghi non sempre all’altezza e dall’inserimento di alcuni elementi di finzione nella storia, che tendono ad accentuare il pietismo nei confronti del protagonista. Ma l’obiettivo di Lynch supera i limiti della sceneggiatura: nulla è come sembra, è necessario spingere le proprie percezioni oltre le apparenze e i travestimenti di cui la materia è costellata. Per scovare la verità occorre un’accurata ricerca, uno sforzo introspettivo che impedisca di arrestarsi alla superficie illusoria di ciò che chiamiamo realtà. Oltre tali ostacoli si annidano il valore intrinseco delle persone e l’essenza reale delle cose.
 

The elephant man è un film che illustra la natura umana, le sue fallaci maschere, le aberrazioni che essa può subire, quelle visibili e quelle celate nella sfera intima degli individui, dimora prediletta delle mostruosità più cruente.

 

Voti della redazione

 

Media voti Cinema Bendato

Simone Sampaolesi

 

Alessia Paris

 

Greta Colli

 

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

       

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