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Il corvo (1943)

  • Titolo originale: Le Corbeau
  • Paese: Francia
  • Anno: 1943
  • Regia: Henri-Georges Clouzot
  • Genere: Drammatico, Noir
  • Durata: 92 min.
  • Cast: P. Fresnay (Dottor Rémy Germain), G. Leclerc (Denise Saillens), M. Francey (Laura Vorzet), H. Manson (infermiera Marie Corbin), J. Fusier-Gir (la "mercière"), L. Maigné (Rolande Saillens), P. Larquey (Michel Vorzet), R. Blin (François), Sylvie (la madre di François)
  • Sceneggiatura: Louis Chavance, Henri-Georges Clouzot
  • Soundtrack: Tony Aubin
  • Fotografia: Nicolas Hayer
  • Montaggio: Marguerite Beaugé
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Uscita in sala: 1943
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Nella tranquilla località francese di Saint-Robin, la quiete viene turbata da un anonimo che si firma il "corvo" (le "corbeau"), il quale inizia a scrivere lettere minatorie a varie personalità note del posto.
  • Voto redazione: 9
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Scritto da Mario Turco

Lei è ineffabile, crede ancora che un individuo sia tutto buono o tutto cattivo. Crede ancora che il bene sia ammantato di luce e che il male si nasconda nell'ombra. Ma dov'è l'ombra? E dov'è la luce? Dov'è la frontiera del male? E dov'è lei, al di qua o al di là di quel confine?


Partiamo dalla arci-nota glossa storiografica per subito incorniciarla e poi poterci soffermare sul quadro vero e proprio.

Il corvo uscì nel 1943, durante la bipartizione della Francia tra la Repubblica, indipendente, e il Governo di Vichy, vero e proprio stato-satellite del regime nazista. Il film di Clouzot era inoltre prodotto dalla Continental films, casa di produzione sovvenzionata dai tedeschi. A causa di questi tensivi fattori convergenti Le corbeau (questo il titolo originale) fu ignominioso oggetto di una delle più clamorose mistificazioni nella storia del cinema. Data la natura del soggetto che si prestava facilmente a fraintendimenti, soprattutto in un popolo così orgoglioso come quello francese, il sadismo del provocatore autore di lettere anonime che sconvolge la tranquilla vita di un paesino venne piuttosto letto dalla critica come un'esaltazione della delazione più vigliacca. Come notò però già ai suoi tempi il critico Pietro Bianchi, “Hanno accusato il film di denigrare la Francia. Ma son tutte balle. Finché vi sarà provincia, piccola borghesia, miseria, invidia, lussuria il messaggio del Corvo sarà valido”.


Il capolavoro di Clouzot è infatti uno degli attacchi più violenti sferrati all'ideologia borghese, quella che incensando il perbenismo della tradizione più popolana cova in realtà il suo potere proprio nelle soporifere città di provincia in cui è meglio radicata. La panoramica sognante dell'ameno borgo di Saint-Robin che, come avverte la didascalia iniziale, non è connotativa perché la vicenda potrebbe trovare uguale svolgimento in qualsiasi altra “petite ville” del genere, è subito sporcata dal regista con una carrellata strisciante sul cimitero. Questa è una straordinaria anticipazione della vicenda poiché la corruzione infesterà i luoghi simbolo delle istituzioni borghesi: la scuola, l'ospedale, la chiesa.


Il corvo denuncia con lettere minatorie ai vari notabili del posto i loro stessi peccatucci (spregiativo dostoevskiano usato non a caso; la lente morale dello scrittore russo è certamente presente nella penna di Clouzot) in un climax di tensione che è contemporaneamente sia giallo che nero. L'indagine sull'identità del misterioso attentatore del decoro pubblico si intreccia con lo svelamento continuo dei piccoli delitti borghesi che a mano a mano passano nella ricezione dello spettatore dal grado di passabili a quello di meschini. Il ritratto al vetriolo del regista francese è senza scampo come il sole d'estate che, contrariamente ai notturni e piovosi noir hollywoodiani, sembra quasi bruciare la pietra della città e i volti dei protagonisti. Il male è in piena luce, come sempre per chi vuol vedere senza ipocrisie. Clouzot rinuncia a ogni contrappunto buonista, in un sinfonia di pure note maligne che non risparmia nessuna fascia d'età e di classe: i vecchi non sono saggi ma sadici (Vorzet), i disabili vivono con odio le loro tare (Denise), il protagonista non ha i caratteri dell'eroe (il dottor Germain mal sopporta gli schiamazzi infantili ed è un abortista, coraggiosissima scelta narrativa anche oggi, figuriamoci allora), le adolescenti rubano usando sotterfugi degni di smaliziati furfanti (Rolande). Perfino i bambini mentono, nascondono lettere a loro inutili e urlano con le loro voci bianche di voler morire. “Dov'è il buio, dov'è la luce”, chiede il Corvo al suo rivale nella scena più iconica del film, mentre fa oscillare una lampadina che dimostra l'assoluta arbitrarietà del tentativo di tracciamento di una linea etica.


Se qualcuno prova anche solo a delineare un confine corre il rischio di scottarsi, data la natura incandescente del problema. In fondo, come nota più tardi il dottor Vorzet, non è vero che spesso per delinquere manca solo l'occasione? In questo clima lucidamente plumbeo il misantropo Clouzot salva ancora una volta qualcosa. Innanzitutto la capacità di saper guardare con ironia al suo universo marcescente, come esemplificato da questo divertente dialogo: - “Adesso scrivono tutti: la mia portinaia stava per consegnarne una [lettera] a mia moglie, l'ho presa io e le ho dato una sberla”. - “A chi, alla portinaia?”. - “Ma no, a mia moglie”. Ed infine l'amore tra una zoppa lussuriosa e un medico abortista sarà meno fangoso della melma degli altri. Ciò avviene solo alla fine, una volta che i due protagonisti si saranno liberate dei loro vizi: lei del suo decadentismo compiaciuto (“Voglio star male perché qualcuno mi curi”), lui dei fantasmi del passato che gli bloccano l'avvenire. Insomma, due delle tante mascheri borghesi!
 

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