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12 anni schiavo

  • Titolo originale: 12 Years a Slave
  • Paese: U.S.A.
  • Anno: 2013
  • Regia: Steve McQueen
  • Genere: Drammatico, Biografico
  • Durata: 134 min.
  • Cast: C. Ejiofor (Solomon Northup), M. Fassbender (Edwin Epps), P. Giamatti (Freeman), P. Dano (Tibeats), Q. Wallis (Margaret Northup), D. Henry (Zio Abram), B. Pitt (Bass), T. Bentley (Mr. Moon), S. McNairy (Brown), B. Camp (Radburn), M. Williams (Robert), J. McConnell (Jonus Ray), B. Cumberbatch (Ford), S. Paulson (Mistress Epps), A. Woodard (Signora Shaw), G. Dillahunt (Armsby), R. Negga (Celeste), W. Pére (Winslow)
  • Sceneggiatura: J. Ridley
  • Soundtrack: H. Zimmer
  • Fotografia: S. Bobbitt
  • Montaggio: J. Walker
  • Distribuzione: Bim Distribuzione
  • Uscita in sala: 20-02-14
  • Visione in v.o.: Consigliata assolutamente
  • Trama: Negli anni precedenti la Guerra Civile Americana il violinista di colore Solomon è rapito a New York da alcuni mercanti di schiavi. Nonostante sia nato libero, Solomon sarà ridotto in schiavitù per dodici anni.
  • Voto redazione: 7
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Scritto da Alessia Paris

Io non voglio sopravvivere, voglio vivere.


"Essendo vissuto da uomo libero per oltre trent’anni, durante i quali ho goduto del bene prezioso della libertà in uno stato libero, ed essendo poi stato rapito e venduto come schiavo – condizione in cui sono rimasto fino alla mia liberazione avvenuta nel gennaio del 1853, dopo dodici anni di schiavitù – qualcuno ha ritenuto che la storia della mia vita e delle mie tribolazioni non sarebbe stata del tutto priva di interesse per il pubblico."

 

Queste le parole di Solomon Northup, uomo nero libero che ha vissuto quanto avete appena letto e che ha poi raccontato le sue vicende in un libro, oggi proposto sul grande schermo da Steve McQueen, il talentuoso regista emerso con i due lavori magistrali Hunger e Shame, primo e secondo posto della nostra classifica redazione sui migliori film dell’anno 2012.

 

Con 12 years a slave McQueen affronta la questione dello schiavismo americano sotto una nuova prospettiva, in quanto protagonista è non solo un uomo nero, ma un uomo nero che precedentemente alla sua cattura e ai suoi dodici anni di schiavitù ha vissuto una vita da uomo libero, conducendo un’esistenza economicamente agiata, viaggiando, studiando, suonando e condividendo le sue giornate con la sua famiglia.

 

Attraverso lo sguardo di Solomon Northup (ri)conosciamo "i personaggi della schiavitù" americana sotto un nuovo profilo, guardandoli con un approccio diverso, quasi in una classifica di cattiveria, un ordine fondamentale da imparare e con cui diventare scaltri nel rapportarsi, per poter sopravvivere.

 

Dopo tanti film sulla schiavitù americana, dopo innumerevoli scene di violenza ricreate dalla settima arte, McQueen è alla ricerca dell’oltre, di immagini colme di crudeltà al punto da far scoppiare gli occhi dal dolore. Ancora una volta McQueen mette a dura prova la resistenza fisica dello spettatore nella sala cinematografica, facendolo contorcere sulle poltrone per il dolore che come per osmosi si inserisce sotto pelle e per tutto il corpo di chi è lì incapace di guardare e allo stesso tempo di distogliere lo sguardo.

 

Costante dei tre lavori di McQueen l’attore Michael Fassbender, che potremmo definire sua scoperta e già suo feticcio, qui nei panni del più spietato dei padroni con un’ulteriore interpretazione magistrale da aggiungere alla sua sorprendente carriera. Oltre all’attore protagonista Chiwetel Ejiofor, anche lui in una splendida interpretazione, sono diversi i volti noti che compaiono nei ruoli collaterali, ricordiamo fra tutti Brad Pitt – anche produttore – Paul Giamatti e Paul Dano.

 

Si nota l’attaccamento di McQueen al suo attore feticcio, offrendogli il ruolo più controverso della pellicola, quello del padrone schiavista interessato al guadagno dalla sua proprietà di cotone, fanatico dello schiavismo stesso, ma innamorato di una delle sue schiave vittima delle più infime gelosie della moglie, completamente esaltato e fuori controllo. Un ruolo chiave per poter stabilire quella che definivo poco fa “classifica della cattiveria”, più che degli schiavisti in sé, dell’essere umano nel suo complesso, quando afflitto da una delle “malattie infettive psicologiche” più tragiche della storia come lo schiavismo.

 

Chiwetel Ejiofor dal canto suo, con i suoi occhi grandi, spaventati ma fieri, coraggiosi, intelligenti, dona al suo Solomon/Pitt la consistenza perfetta per un grande ruolo come quello che si trova a interpretare. E’ proprio grazie a quegli occhi che si forma un filo diretto tra Solomon e noi, tra la sua storia e la nostra, così lontane ma così incredibilmente legate, perché adesso per la prima volta è come se davvero una parte di noi si fosse ritrovata a vivere tali atrocità e questo solo grazie ai suoi occhi, occhi che hanno visto e goduto di quel che abbiamo visto e goduto anche noi, la nostra famiglia, un parco affollato, un buon pasto, la libertà.

 

Quel che però - a onor del vero - bisogna aggiungere, è che la pellicola nella sua forma registica non è all'altezza delle due precedenti, immettendosi in uno stile narrativo classico, tipicamente americano. Sarà forse perché la produzione stavolta è proprio americana, mentre per i precedenti due film era inglese? Quanto questo possa aver influito, lo lasceremo ad ogni modo decidere al futuro professionale di questo sorprendente autore.
 

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