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Allacciate le cinture

  • Titolo originale: Allacciate le cinture
  • Paese: Italia
  • Anno: 2013
  • Regia: Ferzan Ozpetek
  • Genere: Drammatico
  • Durata: 110 min.
  • Cast: K. Smutniak (Elena), F. Arca (Antonio), F. Scicchitano (Fabio), C. Crescentini (Silvia), F. Scianna (Giorgio), E. S. Ricci (Viviana/Dora), C. Signoris (Anna), P. Minaccioni (Egle), G. Michelini (Diana), L. Ranieri (Maricla), M. S. Piccini (Guenda), A. Paticchio (Giovanni)
  • Sceneggiatura: G. Romoli, F. Ozpetek
  • Soundtrack: P. Catalano
  • Fotografia: G. F. Corticelli
  • Montaggio: P. Marone
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Uscita in sala: 06.03.14
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Gli amori e il tempo. Ma non sono amori qualunque. Quella di Elena per Antonio è una passione improvvisa, travolgente e corrisposta. Ma è una passione proibita: Elena sta con Giorgio mentre Antonio è il nuovo ragazzo della sua migliore amica, Silvia, e in più tra i due sembra non esserci alcuna affinità, né tantomeno stima. Ma l’attrazione tra Elena e Antonio esplode ugualmente, irrazionale, bruciante e contro ogni regola anche al prezzo di scompigliare le vite di tutti, amici e parenti. Sono trascorsi tredici anni ed Elena è sposata con Antonio, ha due figli e nel frattempo, insieme al suo migliore amico Fabio, ha realizzato il suo sogno di aprire un locale di successo. Le vite di tutti sembrano realizzate e le antiche turbolenze scomparse. Il nuovo equilibrio subisce però una scossa...
  • Voto redazione:
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(3 Voti)

Scritto da Roberta Buttarazzi

Ma ti sei bevuto il cervello? Ci siamo visti un paio di volte... Che fai, mi regali un anello?

 

D’accordo. “Allacciate le cinture” è forse uno dei peggiori titoli mai scelti nella storia del cinema.. Ma no! Non è una pacchianata natalizia! Ci fidiamo del nome che c’è dietro ed entriamo in sala dopo ripetuti "l’ultimo di Ozpetek". Non è sicuramente il migliore dei suoi film ma anche qui troviamo una certa ricchezza di immagini di repertorio affascinati salvate nel file “aneddoti” vissuti in prima persona dallo stesso regista.
 

E’ un’opera questa che con un consistente carico di dramma ci fa osservare l’amore e i suoi cambiamenti, di quelli legati alla fisicità, ai segni che portiamo sulla pelle e che tradiscono un certo aumento di peso e di rughe. L’amore del "non è più come una volta", l’amore "diverso", l’amore che invecchia. L’amore che fatalmente si ammala e fa i conti con se stesso, con la sua capacità di restare, lottare e non morire.
 

Questa è la storia di Elena e Antonio, che da giovani si sono incontrati per caso e dopo essersi odiati si sono innamorati del loro stesso innamorarsi. Una passione improbabile eppure contro ogni regola esplosa, cresciuta e poi stabilizzata nei tredici anni di matrimonio, quelli durante i quali i due hanno messo su famiglia (e tredici chili). Cambiano i costumi, i tagli di capelli, sorprendono occasioni della vita, sorprendono malattie inaspettate che costringono a mettersi alla prova. Turbolenze.
 

Questa è l’idea che sta al centro del film: le turbolenze della vita (adesso lo perdoniamo?). Questa è la sua riflessione. Riflessione sul tempo dell’amore e sull’amore del tempo che è passato e di ciò di cui quest’ultimo può diventare ingiustamente e improvvisamente genitore: un male. Amore e malattia. E se questi due demoni sono stretti e abbracciati in una famiglia che accoglie il cancro al seno di una figlia, li vediamo stringersi ancora più forte in un legame indissolubile e naturale nell’atto stesso di amarsi su di un letto di ospedale, in attesa del prossimo ciclo di chemio.
 

Una trama e un montaggio coinvolgenti, forse il tutto piuttosto lento in alcuni passaggi già di per se pesanti ma alleggeriti meticolosamente da un intermittente duo di “zie”, la Signoris e la Ricci, che fanno tirare qualche boccata d’aria fresca quando già stiamo scivolando dalla poltrona (mi riferisco a chi è soggetto a facili e abbondanti lacrimazioni). Per non parlare della performance breve ma incisiva – forse la più memorabile del film – della Minaccioni che qui veste i panni (o le vestagline) di una pallida, smaliziata e puntualmente divertente malata terminale.
 

Un film ben riuscito nel salto temporale di più di un decennio, accompagnato da una bellissima fotografia, pulita e leggera, e da dialoghi che quando non seriamente pensati o studiati, sono serenamente e fedelmente tratti dagli episodi di cui Ozpetek, questa volta, ci ha voluto mettere a conoscenza. Ecco.. Singolare la scelta dell’ex-tronista Francesco Arca, attore che decisamente non ho apprezzato. E giuro di tenermi il più possibile lontana da luoghi comuni (sono una fan Argentero!). Ma credo fermamente che il merito di non aver mandato in rovina l’intero film (è il marito della protagonista, il famoso Antonio, lo si vede piuttosto spesso e forse pure troppo) spetti tutto al ruolo scelto per lui: il meccanico razzista, sciupafemmine, omofobo e ‘gnorante (e pure dislessico). C’è un simpatico Filippo Scicchitano non più adolescente (ma che deve necessariamente ancora crescere!). E c’è una Smutniak che, devo ammettere, oltre ad essere bella è stata anche molto ben diretta in un personaggio che riesce a far affezionare il pubblico.
 

Per concludere, nel complesso il cast è ben coeso, grazie soprattutto alle solite mine vaganti, e forse anche per questo non brillante: storia e regia detengono il potere. Il mio voto non va oltre il 6.5 da-andare-a-vedere. Seguo con grande piacere Ozpetek e, mi ripeto, ha comunque firmato opere migliori (e per queste ha pensato a titoli meno atroci!).

 

Voti della redazione

 

Media voti Cinema Bendato

Roberta Buttarazzi

 

Alessia Paris

 

Greta Colli

 

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

       

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