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ACAB – All Cops Are Bastards

  • Titolo originale: ACAB – All Cops Are Bastards
  • Paese: Italia
  • Anno: 2011
  • Regia: Stefano Sollima
  • Genere: Drammatico, Poliziesco
  • Durata: 112 min.
  • Cast: P. Favino (Cobra), F. Nigro (Negro), M. Giallini (Mazinga), A. Sartoretti (Carletto), R. Spagnuolo (Maria), D. Diele (Adriano) musiche Mokadelic fotografia P. Carnera montaggio P. Marone uscita nelle sale 27 Gennaio 2012
  • Sceneggiatura: D. Cesarano, B. Petronio, L. Valenti, S. Sollima
  • Soundtrack: Mokadelic
  • Fotografia: P. Carnera
  • Montaggio: P. Marone
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Uscita in sala: 27.01.12
  • Visione in v.o.: Consigliata
  • Trama: Cobra, Negro e Mazinga sono tre “celerini bastardi”. “Celerini”, così si sentono, più che poliziotti. Sulla loro pelle hanno imparato ad essere bersaglio perché vivono immersi nella violenza. La violenza di un mondo governato dall’odio, che ha perso le regole e che loro vogliono far rispettare anche con l’uso spregiudicato della forza. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini – edito in Italia da Einaudi – basato su una storia vera. “A.C.A.B.” è l’acronimo di “All cops are bastards” (“tutti i poliziotti sono bastardi”) un motto che, partito dal movimento skinhead inglese degli anni Settanta, è diventato nel tempo un richiamo universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi.
  • Voto redazione: 6-
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(2 Voti)

Scritto da Laura Preite

ACAB:
davvero tutti i poliziotti sono bastardi?


ACAB è l’esordio cinematografico di Stefano Sollima, passato prima dalla fiction (con la serie televisiva di Romanzo Criminale) e poi giunto al grande schermo con il fragore di una narrazione attuale e l’irruenza di una tematica scottante. Il film riprende e racconta il clima raggelante del VII Nucleo della Polizia a Roma, quello in cui gravitano figure corpulente e massicce, incazzate e arcigne, ma che difficilmente riescono a nascondere dietro alle spalle larghe le contraddizioni e le difficoltà delle loro vite private.  Apparentemente rafforzati dallo spirito cameratesco, innalzano una muraglia tra loro e il mondo circostante, quello che sono chiamati a difendere. Ma l’istinto di fare squadra e di rinchiudersi in uno spirito di fratellanza mitizzato e barricato tra simboli vecchi e spesso anacronistici, non è solo dei poliziotti. Infatti, i “fascistelli” che giocano pericolosamente alla politica della riappropriazione, provando a difendere con la forza gli spazi che dovrebbero appartenergli e i tifosi che cantano le offese e utilizzano la domenica calcistica per sfogare gli accumuli di repressioni, non sono altro che delle repliche in salsa diversa, di quello squadrismo che mina l’idea di cittadinanza. Forse è proprio in questo scenario di ridicola e insensata difesa del proprio gruppo, che si intravede l’intuizione del regista. Aiuta una sceneggiatura pulita e cruda ed un’instabilità della camera che sa come sostenere il personaggio nel mostrare i momenti di debolezza, di rabbia, di insoddisfazione.

 

Il problema della pellicola è la volontà di regista e sceneggiatori – e non elenco i papabili altri sostenitori della scelta narrativa – di incastonare nei 112 minuti troppi episodi che roteano intorno al tema. Il g8 e le oscenità della Diaz, la vicenda tragica dell’ispettore capo Filippo Raciti, l’uccisione del tifoso Gabriele Sandri da parte di un poliziotto, gli sgomberi delle case popolari e dei campi rom. Forse non serviva l’imbottitura di cronaca nera italiana, che appesantisce ed interrompe una riflessione che tra una manganellata, una coltellata ed una situazione familiare irrecuperabile, riesce comunque a crescere e ad imporsi durante il film.

 

Non riprenderei in mano l’ordigno pasoliniano che nel ’68 fece esplodere e sorprendere gran parte dell’Italia ben pensante e affaccendata a raggrupparsi, ma sicuramente il pensiero può volare per qualche secondo su quei versi. Mai mi ha sfiorato l’idea di poter paragonare storie, racconti ed epoche. Riguardo quella poesia soltanto perché ha le ossa forti di un’intelligenza svincolata da ogni forma di cieca obbedienza. La figura di Spino è un vento secco che soffia piano, senza spinte, ma si percepisce e lascia sui corpi il segno del suo passaggio. Poi la rabbia rimane comunque troppa. Quella di un corpo di polizia sbandato che non sa più cosa difendere e cosa attaccare e quella di un Paese intero che gioca a cercare i nemici. Chi riuscirà a disinnescare queste bombe?

 

Voti della redazione

 

Media voti Cinema Bendato

Laura Preite

 5½

 

 

Alessia Paris

 6

Greta Colli

 

Noa Persiani

 

Lorenzo Bottini

 

       

 

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