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Mattine al buio delle sale del TFF 2014 - Premi e impressioni del festival

Scritto da Rossella Carluccio


MORNING IN THE DARK
AL TORINO FILM FESTIVAL 2014


Emanuela Martini, direttrice dell’edizione 2014 del Torino Film Festival, rievoca in cartella stampa il critico cinematografico Graham Greene che nel suo libro “Morning in the Darks” rammenta le innumerevoli mattinate passate al buio di un cinema a vedere e rivedere anteprime cinematografiche. Ecco per me non c’è istantanea migliore di questa per raccontare il mio TFF: le tante tante mattinate spese nel buio di una sala, ad illuminarmi non appena si staglia la sigla di apertura del festival, nascosta dalla città che si muove, vive e lavora mentre io, chiusa dentro ad un cinema rivivo vite non mie, immersa in una mondo fittizio in cui dolcemente mi faccio trasportare per qualche ora.
 

Barcamenandomi tra anteprime nazionali, film in concorso, documentari internazionali e ritratti di artisti italiani, restaurazioni di “cult” ed innumerevoli titoli per la sezione “New Hollywood”, il menù cinefilo 2014 offerto dal TFF era anche quest’anno davvero ricco e nutriente. Forse anche troppo, come qualcuno ha sollevato all’indomani della chiusura del festival. C’è da dire che nonostante la diminuzione delle sale (quest’anno la programmazione ha contato solo sulle sale del Cinema Massimo e del Reposi, con l’aggiunta della sala del cinema Classico dedicata alle proiezioni stampa, mentre è stato eliminato il cinema Lux), un budget leggermente ridotto rispetto allo scorso anno ed un parsimoniosa organizzazione di quest’edizione che ha voluto premiare più i film e la loro qualità anziché le “ospitate” Vip, il grande logo a caratteri cubitali in Piazza Castello e altre spese extra, il pubblico c’è stato. Eccome. La ressa alle 11 del mattino (ndr. nei giorni della settimana), le code infinite e snervanti, le file non addomesticate hanno dimostrato ancora una volta che siamo davvero in tanti.
 

Torino 32 - PREMI
 

Miglior film
"Mange tes morts" di Jean-Charles Hue


Premio speciale della Giuria
"For Some Inexplicable Reason" di Gábor Reisz


Menzione speciale della giuria
"N-Capace" di Eleonora Danco


Premio per la Miglior Attrice
Hadas Yaron per "Felix & Meira", ex aequo con Sidse Babett Knudsen in "The Duke of Burgundy"


Premio per il Miglior Attore
Luzer Twersky per "Felix & Meira"


Premio per la Miglior sceneggiatura
"What We Do in the Shadows" di Jemaine Clement e Taika Waititi


Premio del pubblico
"For Some Inexplicable Reason" di Gábor Reisz

 

Tra i film in concorso per la sezione “Torino 32” bisogna segnalare specialmente “N-Capace” dell’attrice teatrale Eleonora Danco che ha colpito nel segno con questa sua prima opera. Alla maniera di Pasolini ha ricercato nella vecchia e nuova generazione risposte, generando un ritratto penetrante, divertente, onesto e sincero dell’Italia che eravamo e di quella che siamo diventati. Incetta di Premi anche per “For Some Inexplicable Reason” dell’ungherese Reisz che offre al pubblico una storia malinconica, buffa e perfettamente attuale e sentita della nostra generazione, in perenne attesa di essere adeguati e giudicati e sempre in procinto di correre via, verso forse un’età adulta ormai surclassata.
 

Tutto il resto è stato una montagna russa di salite e discese, dove non sono mancanti avvitamenti, curve e “sfrecciate” ad alta velocità (anche perché sennò non entravo in tempo in sala). 
 

Ho cavalcato l’orda anarchica degli oltranzisti punk con il maestro del video musicale Julien Temple (premiato con il Gran Premio Torino) che nel film “The Filth and The Fury” dedicato appunto alla furia ed oscenità dei Sex Pistols racconta l’epoca britannica in subbuglio, alla ricerca di quella facile via d’uscita che auspicavano Vicious, Rotten e soci.
 

Sono caduta nella soffice e sicura commedia romantica alleniana “Magic in the Moonlight” che mi ha offerto su un vassoio d’argento anni '20 un personaggio da perfetto manuale d’ironia (interpreto da Colin Firth).
 

Ho viaggiato con Reese Witherspoon  in “Wild” di Jean- Marc Vallée, una sorta di “Into the Wild” al femminile lungo l’impervio e avventuro percorso del Pacific Crest Trail.


Ho vissuto l’agonia dell’oscuro “The Conversation” di un giovanissimo ma già esperto Francis Ford Coppola che regala una delle scene più belle di tutta la storia del cinema: Hackman da solo, nel suo appartamento rovistato fino all’osso con l’insicurezza alle sue spalle nascosta in qualche chip sotto le mattonelle.

 

Mi sono abbagliata di fronte alla perfezione scandinava di “Turist” di Ruben Östlund, pulito e lindo come un mobile Ikea ma graffiante e sottile come una lama ben affilata che però non affonda mai nella carne, relegandoci fino alla fine nel “biancore” delle Alpi francesi.  

 

Mi sono regalata un fondamentale spinta di speranza con “The theory of everything”  di James Marsh che con un grandissimo attore – Redmayne –  regge due ore di cinema toccante e vitale.

 

Ho patito il dramma nascosto nelle pieghe dell’esistenza con “The disappearance of Elenor Rigby: Her and Him” di Ned Benson, un film che si compone in due parti, raccogliendo le diverse esperienze e punti di vista di due parti di una stessa coppia.

 

Ho trascritto tutte le citazioni possibili frutto della mente creativa di un Nick Cave cannibale e prolifico in “20.000 Days on Earth” di Iain Forsyth e Jane Pollard.

 

Ho seguito il battito esaltante, vibrante e  straordinario di “Whiplash” di Damien Chazelle e del batterista jazz che va oltre i suoi limiti.

 

Ho rivissuto ancora una volta l’emozione frastornante di vedere un tracotante “Profondo Rosso”, in sala con Dario Argento ed assistere ad un’ovazione di un’intera generazione di fedelissimi che non si sono fatti mancare l’appuntamento con il cult restaurato.


E ancora:
 

Ho guardato sorpresa la performance (che ha pre-inaugurato il Torino Film Festival alla Fondazione Sandretto) di Josephine Decker che con la sua performance “Thanks Giving Smash Living” dà vita alla collera gioiosa e nelle sue opere tenta di raccontare con originalità l’America fatta di sesso, sangue, violenza.


Ho scoperto il geniale Giulio Questi, che nei suoi eccentrici ed innovativi corti riesce a creare autonomamente intere storie narrative.


Ho seguito l’avvincente storia di Marcella Di Folco in “Una nobile rivoluzione” dove Simone Cangelosi traccia un ritratto della madre del Movimento Italiano Transessuali, seguendola con immagini dell’epoca tra il Piper, Roma e Bologna e verso le conquiste ed i traguardi raggiunti.


Ho patito intensamente per la figura di Carlo Colnaghi raccontata da Daniele Segre ne “Il viaggio di Carlo” e mi sono commossa di fronte a “Nessuno siamo perfetti” nel quale Giancarlo Soldi realizza una commovente ed intensa intervista all’autore di Dylan Dog, quel Tiziano Sclavi, così irreparabilmente arrabbiato con il mondo, pieno di ombre ma di assoluto talento (che non ammette neanche a sé stesso), che racconta il vero buio, quello che circonda la sua casa nei dintorni di Pavia e che forse lo ha accompagnato per tutta la sua vita.
 

In questa nove giorni di cinema ho vissuto tante vite, tutte diverse ma accumunate da una sola istantanea: la passione di essere al buio di fronte allo schermo di un cinema, appagata ed impaziente per la prossima proiezione.
 

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