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Paolo Sorrentino si racconta al Lucca Film Festival

Scritto da Rossella Carluccio


Paolo Sorrentino
Masterclass - Lucca Film Festival 2016


Quando l’arte è un lungo piano sequenza dall’inquadratura perfetta: Sorrentino si racconta al LFF


Autoironico, beffardo ed umile. Paolo Sorrentino si presenta così agli occhi dei tanti amanti ed appassionati di cinema che affollano l’elegante sala del cinema moderno di Lucca in occasione dell’edizione 2016 del Film Festival: gli organizzatori hanno ambito avere il maestro napoletano tra le proprie fila per una speciale Masterclass oltre che per omaggiarlo di un premio alla carriera (anche se la sua è appena iniziata).
 

Paolo Sorrentino, napoletano e classe 1970, è nell’Olimpo dei Registi, quelli con la R maiuscola, capaci di creare uno stile personale ed infondere alle loro opere un tratto unico. Ma cosa rende grande un regista e perché Paolo Sorrentino o è diventato (anzi lo è sempre stato)?
 

Da estimatrice del maestro napoletano la mia risposta sarebbe molto semplice: quell’innata capacità di infondere nei suoi spettatori lo stupore di pura meraviglia e di pervaderli per circa 90 minuti in un’estasi di bellezza. 

 

L’inquadratura perfetta


Sorrentino
è fedele al principio che “anche il brutto deve ricevere un’inquadratura bella” e ciò che insegue è la bellezza pura e semplice. Influenzato dai fotografi e dalla loro smania di creare l’inquadratura perfetta avendo, il più delle volte, anche poco tempo a disposizione, Sorrentino fa diventare tutto ciò il suo marchio di fabbrica, insieme ai piani sequenza che nascono proprio per introdurre al meglio lo spettatore nel suo racconto filmico ma come desidera sottolineare “non sono un esercizio di stile, è la vita ad essere un lungo piano sequenza”.
 

A 18 anni un allora aspirante cineasta capisce che tutte le altri arti avrebbero richiesto un impegno maggiore. Assediato dalla pigrizia, inizia quindi a scrivere sceneggiature mirando a posizionarsi, un giorno, dietro la macchina da presa. Truffaut, Fellini, Scorsese ed il cinema americano indipendente di Anderson, Jarmush e dei fratelli Coen sono stati la sua ispirazione, forgiando il suo gusto personale. Ma non solo. “Una forma di apprendimento è stata quella di vedere film brutti, ovvero tutto ciò che non era da fare”. C’è quindi, nella videoteca di un giovane Sorrentino, davvero spazio per tutti.

 

This must be the place, La grande bellezza e Youth


Sorrentino
 incontrò Sean Penn al festival di Cannes nel 2008 e l’amicizia fra i due si trasformò nella promessa di un film insieme: tre anni dopo Paolo mandò la sceneggiatura all’attore americano che approvò subito il personaggio di Cheyenne.
 

“Lavorare con Sean Penn è stato molto avventuroso: un grande attore aggiunge sempre qualcosa alla sceneggiatura, si impossessa degli spazi liberi e degli interstizi che il regista gli lascia aperti, rendendo il personaggio ancora più suo”.
 

Ricercare la bellezza dovunque, anche in ciò che è squallido è un concetto preso in prestito da Fellini che Sorrentino applica all’oggi, in una Roma pervasa ancora da un grande fascino antico ma sul quale cadono anche ombre e meschinità.
 

La Grande Bellezza è nato in un bar del quartiere Prati dove un giorno notai un dirigente RAI corteggiare una ragazza dell’est. Da lì nacque l’idea di fare un film che raccontasse questo sottobosco di rapporti di potenza fra le persone. Oggi vivo la città di Roma da turista, ma senza l’ansia di fare le valigie e prendere l’aereo”. 


Infine Youth, che prese spunto da una reale notizia di cronaca, ovvero quella del musicista che si rifiutò di suonare per la regina Elisabetta in quanto non si trovò “in sintonia” con il repertorio da presentare.
 

“Il  successo ottenuto con La Grande Bellezza mi ha fatto capire che un altro paio di film me li avrebbero ancora fatti fare. È arrivato Youth, un film che per me  è stato innanzitutto catartico perché  mi ha fatto passare la paura che avevo nel calcolare quanto mi rimanesse ogni giorno ancora da vivere”. 

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